Desert highway, Libano [terza parte]
Incontro con lo stile di vita libaneseArea:
Libano - Argomenti:
Africa, destinazioni, strade
Damasco 29. 11. 99
Ad Aanjar non è successo proprio niente, il sito archeologico era
praticamente uguale a tanti altri, ho scattato le mie solite tre
fotografie di cui quasi certamente ne scarterò due. Da lì sono partito per
la vicina frontiera con la Siria, grazie al passaggio offertomi da un
tassista che già portava uno strano e anziano personaggio in impermeabile
grigio. Pareva il dentista del film "Il maratoneta", e prima di farmi
salire ha voluto vedere il mio passaporto. Ha detto poche e strane cose
che faticavo a comprendere, l'ultima è stata. "Syria border line,
troubles!", indicando col dito raggrinzito la costruzione militare che
sbarrava la strada, "Good luck !" ha aggiunto con un sorriso sinistro.
Loro tornavano indietro, ma gentilmente il tassista mi ha procurato un
passaggio da un suo collega siriano; dai classici vecchi Mercedes libanesi
tornavo ora alle imponenti auto americane anni '60 e '70 dalle cilindrate
navali e dai cofani che mi ricordavano piazzale Flaminio. Ero il settimo
passeggero di una station wagon in cui mi sentivo la classica sardina, gli
altri passeggeri erano tutti Siriani abbastanza poveri e molto tesi,
compreso l'anziano autista. Stavolta per me alla frontiera non ci sono
stati problemi, anche perché ho avuto la brillante idea di scrivere
"Professione: f. pubblicitario" (dove "f." sta per fotografo) sul
questionario all'ufficio immigrazione, questo per evitare la verità ma
senza mentire troppo. Gli altri passeggeri parlavano poco e fumavano
molto; durante le cinque soste nei vari posti di blocco si scambiavano
occhiate rigide e mezze parole, il tassista si comportava da esperto del
posto, finché all'ultimo sbarramento uno dei doganieri ha chiesto di
aprire il portabagagli. Loro hanno sbiancato tutti, io stavo sudando
freddo per la situazione in cui mi trovavo involontariamente coinvolto,
pensavo che dietro di me ci fossero nascosti grossi mitragliatori, o
magari sacchi di droga, di cui avrei sicuramente chiesto un assaggio se
l'avessimo scampata.
A questo punto un rotolino di banconote è scivolato da un passeggero nelle
mani del tassista, per poi finire nel taschino del militare che ha subito
chiuso il bagagliaio. Il taxi è ripartito con una discreta e
impercettibile sgommata, i tipi seduti con me già erano euforici e si
giravano a salutare con le mani facendo sberleffi; quando gli ho chiesto
cosa portassero, con mia grande delusione hanno iniziato a tirare fuori
buste annodate contenenti scarpe da ginnastica americane, se le passavano
di mano in mano ammirandone le strisce colorate e i catarifrangenti.
Siamo giunti a Damasco di gran carriera e sono stato scaricato nel
parcheggio da cui ero partito due settimane fa, ho preso un altro taxi,
stavolta era una "Dart" con due lunghissime code che le sfilavano dietro,
se fosse stata nera poteva essere la "Batmobile". Invece di Batman la
guidava un delizioso centenario tutto pelle e ossa, una miriade di rughe
disegnavano una ragnatela sul suo volto stanco ma sereno, incorniciando
stretti occhi diafani. Appena sono entrato nell'auto un senso di pace mi
ha pervaso, l'anziano signore riusciva ad infondere una tranquillità che
rendeva il suo taxi un'oasi di pace immersa nel traffico caotico della
metropoli. Mi parlava sottovoce con tono accomodante, non riusciva a
trovare il mio hotel, allora ha detto che ci saremmo fermati e serenamente
avremmo studiato le mappe. Ha accostato il transatlantico senza esagerare,
e il traffico che seguiva si è bloccato. Noncurante che tutti gli
suonassero imprecando, lui ha preso con calma la mia guida, e lo stesso ha
fatto con i vetusti occhialini da lettura che riponeva in un apposito porta
occhiali che però non trovava. Lentamente li ha posti sul naso. Dopo averli
aggiustati ed essersi lisciato la barbetta a punta, abbiamo cercato di
capire dove eravamo, dove volevamo andare e perché.
Finalmente mi ha detto che forse, nell'infinita saggezza che l'età gli
conferiva, una luce dentro di lui illuminava la strada che ci avrebbe
condotto alla meta. Mentre procedevamo lungo questo percorso mistico, mi
sembrava che la "Batmobile" azzurra viaggiasse su una nuvoletta ad un
metro dall'asfalto, ed i rumori, i clacson, le parolacce in arabo
giungevano ovattate in quel piccolo paradiso cigolante.
Siamo infine giunti, e mi ha salutato abbracciandomi come un
parente stretto, felice di avermi trovato un ricovero per la notte fredda e
scura che si avvicinava. Ho preso posto in albergo e ho contattato Raja, la
madre di Yarub, come mi aveva consigliato di fare lui; quindici anni fa le
nostre famiglie erano vicine di pianerottolo a Roma, ed ora loro erano
tornati a vivere a Damasco. Lei mi ha detto di attenderla nella hall,
infatti poco dopo il suo autista mi ha chiamato dicendo di portare i
bagagli perché sarei stato loro ospite. Lei non era cambiata molto, sempre
con la sua aria fragile e un pò ansiosa, sembrava che tutte le pene del
mondo passassero attraverso di lei. Io, invece non dovevo essere molto
riconoscibile ai suoi occhi, molto più lungo e stretto di una volta.
Viveva con le altre due figlie, in un quartiere fuori Damasco; io sono
stato sistemato nella camera di Yarub che ora è assente, e ho ritrovato le
sue sorelle che quando le avevo viste l'ultima volta erano dei fagotti in
passeggino, ora sono delle adolescenti dinamiche, esplosive e
internazionali; cosa che mi ha fatto sentire alquanto stagionato.
Ovviamente, anche qui - sopratutto qui - l'ospitalità degli arabi
raggiunge i massimi livelli, non mi sono mai sentito così ben accetto
nemmeno dentro casa mia, Raja mi ha promesso anche le prestazioni del suo
autista per le mie gite. Ora che comincio ad abituarmi a questo modo di
essere accolto anche dagli sconosciuti, capisco che per noi la parola
"ospitalità" significa proprio un'altra cosa, volendo si potrebbe girare
tutto il Medio Oriente passando da una casa all'altra e, come scriveva
Burckardt, semplicemente dicendo "arrivederci" quando si parte.
Anticamente, nei paesi, era istituito un fondo per mantenere i viandanti
durante le loro soste, ed i pellegrini erano oggetto di contesa tra gli
abitanti dei villaggi, che per l'occasione uccidevano l'animale migliore
per cena.
Damasco 30. 11. 99
Oggi ho visitato la grande "Umayyad Mosque", non a caso classificata tra i
più importanti ed imponenti luoghi di culto musulmani esistenti. E'
praticamente un paese nella città, nella quale giocano bande di bambini e
dormono gli anziani; ci si arriva attraverso uno dei labirintici suq della
città, molto vitali, coloriti e accoglienti. L'impatto con l'architettura
della moschea è entusiasmante, si possono passare delle ore seduti nel
cortile perdendosi nei raffinatissimi mosaici che lo decorano. Anche il
punto su cui è costruita sembra che da tempo immemore sia stato volto a
luogo di culto, già 4000 anni fa era il tempio del dio della fertilità e
della pioggia, che i romani poi tradussero negli equivalenti Venere e
Giove. Nell'era bizantina fu convertita nella chiesa di S. Giovanni
Battista, fino a quando nel 661 Damasco fu ripresa dagli arabi e divenne
capitale dell'Impero Islamico; fu allora che la dinastia degli Umayyad
iniziò dei grandiosi lavori per farne il più grandioso monumento
all'Islam. Quando sono uscito sono passato in un'altra moschea, la Saida
Ruqquiyeh, estremamente decorata, e con mosaici di specchi sul soffitto
che la facevano assomigliare a una discoteca. In mezzo alla sala delle
preghiere troneggiava una gabbia con griglie d'argento dalla lavorazione
certosina, questa emanava dall'interno una luce verde, il colore
dell'Islam, che contribuiva a dare un bell'effetto psichedelico.
Mi sono accorto quasi subito che buona parte dei fedeli appena la
toccavano scoppiavano in lacrime, e solo dopo aver pianto e aver fatto
diverse flessioni si ritiravano soffiandosi il naso. Ho riflettuto a lungo
sugli effetti della religione sulla condizione umana e ancora mi chiedo se
faccia bene o no; comunque i Siriani, fuori dalle moschee, sono tra i più
simpatici, tranquilli e pieni di buonumore tra i medio orientali.
Damasco 1. 12. 99
Oggi ho continuato la perlustrazione della città, ero in un caffè quando
un ragazzo che fumava l' "Hubbly bubbly" mi si è presentato; era uno
studente di archeologia, e mi ha dato alcuni consigli per il mio viaggio.
Poco dopo la sala è stata riempita da un altro gruppo di suoi amici,
facevano un gran baccano e mi passavano i tubi dei loro narghillè alla
menta. Ho conosciuto una studentessa di lingue con cui, imprudentemente
siamo finiti a parlare di politica, l'onnipresente volto del "Grande
fratello" Assad mi ha ricordato che si era fatta una certa, così mi sono
dileguato verso casa. I manifesti del presidente sono ovunque per le
strade, nei negozi e anche sulle auto, spesso circondati da fantasie di
cuoricini, o affiancati dal ritratto del figlio ramboide schiantato e
martire.
Damasco 2. 12. 99
Ho lasciato Damasco di buon'ora, dopo aver salutato Raja in ansia come una
madre che vede partire il figlio militare, in quei giorni che ho passato lì
è stata veramente materna, mi ha sfamato, lavato i vestiti ormai lerci che
avevo e me ne ha dati di nuovi sfilandoli dal guardaroba del figlio.
Questo break con la vita da viaggiatore mi ha rimesso in sesto, cominciavo
a sentire il bisogno, di tanto in tanto , di un letto comodo e di un pasto
decente. Carico di nuove energie sono ripartito per Hama, dove sarò in
sosta strategica vicino un paio di luoghi assai importanti. Questa città è
famosa per i suoi mulini ad acqua i "norias", che provvedono ancora, dopo
800 anni di servizio, ad irrigare i campi circostanti. Ci sono 17 "norias"
per la città, ed hanno delle dimensioni da ruota di luna - park, il più
grande ha un diametro di venti metri. Questi, azionati dalla corrente del
fiume, portano l'acqua in alto scaricandola in una rete di acquedotti
soprastante così da irrigare la campagna limitrofa.
In città la vita scorreva tranquilla con cadenza arabo - olandese, e i
negozianti mi invitavano per il tè; non si potrebbe pensare che è stato il
teatro di una delle più feroci repressioni militari di tutta la Siria,
quando Raja me lo raccontava aveva le lacrime agli occhi. Fu nel 1979,
quando un gruppo di oppositori al regime di Assad tentò di rovesciare il
potere tuttora esistente per cercare di instaurare più rigide regole
islamiche. A questo il presidente oppose una presenza militare ferrea e
brutale nella zona, sembrava che il paese fosse sull'orlo della guerra
civile, finché la Fratellanza Musulmana (questo il nome degli estremisti
islamici filo iraniani) portò a termine numerosi attentati, tra cui uno
alla scuola di artiglieria di Aleppo, dove morirono 32 allievi ufficiali.
Continuarono con la loro opera destabilizzante richiamando i cittadini
alla rivolta popolare, il presidente Assad rispose duramente, voleva dare
una lezione esemplare a questo tipo di manifestazioni: i suoi carri armati
per tre settimane misero a ferro e fuoco la città lasciandola in ginocchio
devastata. Malgrado ciò incontravo ancora i ritratti del "Grande fratello"
che oltre ad apparire nelle sue forme statuarie più ufficiali e disposte in
punti strategici, compare anche sugli adesivi attaccati alle auto, stavolta
accompagnato sia dal figlio morto che da quello di riserva, il
secondogenito, dotato di un espressione non geniale e al quale hanno
infilato dei Ray - Ban e una mimetica in cui non riesce proprio a stare
con il suo aspetto impiegatizio stataloide. Quello che gli rivolgono qui,
più che un amore spontaneo, sembra essere una specie di tributo formale,
che tutti sono tenuti a pagare.
Tartus, 3. 12. 99
Sono partito a bordo di una splendida Pontiac del '53 verso Krak de
Chevaliers, in Italia un viaggio in un'auto così si può fare solo quando
ci si sposa. Ero in compagnia di un gruppo di Tedeschi, uno dei quali
inciampava ovunque, ed io cercavo di stargli alla larga vista la sua mole.
La presenza del castello era solenne, domina la valle sorretto dai suoi
muri imponenti dall'aspetto invalicabile; la posizione strategica
permetteva di controllare gli accessi dalla costa verso l'interno della
Siria. Anche qui, come in molte altre fortificazioni, si successero
Crociati, emiri arabi e sultani mamelucchi. Nei periodi di dominazione
cristiana qui si offriva rifugio ai pellegrini in rotta per Gerusalemme,
servizi offerti da un ordine religioso specializzato in questo, e che
venne presto a formare una potentissima rete di protezione ai Crociati.
Tartus è il secondo porto siriano. Anche lì la gente era estremamente
cortese ed ospitale, non avevo passato un solo momento di solitudine,
anzi, a volte avevo problemi quando cercavo di leggere o scrivere senza
avere qualcuno che venisse a fare amicizia o mi offrisse un tè; mi sono
pentito, a volte, di essere stato un pò freddo nel tentativo di stare in
pace. Ovviamente si sta in pace anche con loro, spesso i negozianti che mi
vedevano passare mi invitavano a sedere davanti una tazza di caffè anche se
non parlavano l'inglese: stavamo lì in silenzio rivolgendoci qualche
sorriso, a loro faceva solo piacere di avere compagnia, e raramente
tentavano di vendermi qualcosa. Stavo imparando a bere i loro infusi con
la lentezza orientale che li distingue, prima il caffè lo trangugiavo in
pochi secondi come si fa da noi, qui invece è un'esperienza meditativa che
dura anche delle ore. Lo stesso vale per il fumo, mi trovavo spesso seduto
davanti a un narghillè che borbotta per quaranta minuti, e vedevo le
sigarette solo come la rapida e occidentale soddisfazione di un vizio. Di
fronte a me avevo ancora una volta il mare, quello che sentivo mio, il
Mediterraneo, con la sua brezza tiepida e l'odore di casa. A Tartus
l'atmosfera è magica, grazie sopratutto alla città vecchia che ha
inglobato le abitazioni tra le sue mura; da qui si diramano vicoli e
scalette che spesso finiscono nel nulla o di fronte ad un muro, rendendo
imprevisto il passeggiare.
Lattakia 4. 12. 99
Ho visitato un altro castello, Qlat Marquab, simile agli altri per
l'architettura e le condizioni spoglie, ma sopratutto per il prezzo
d'ingresso sproporzionato. Come gli altri l'ho trovato in restauro, quindi
forse tra qualche tempo lo si potrà apprezzare di più. Mi aspettava quello
di Qlat Saladin, e per questo mi trovavo a Lattakia in sosta tattica, la
città mi ha sorpreso in positivo. E' il principale porto Siriano, e pulsa
di fervida vita occidentale; anche le ragazze sembrano essere riapparse,
da quando ho lasciato Beirut pensavo che si fossero estinte, le uniche che
si vedevano erano anziane e coperte dalle coltri da cima a piedi. A parte
questo e le tante luci delle vetrine alla moda non c'è gran che da vedere:
molti giovani, molto traffico e molti clacson, solita comunque
l'ospitalità. Ho conosciuto un ragazzo del posto molto gentile, oltre ad
avermi pagato il taxi, mi ha aiutato a trovare l'albergo e mi ha proposto
di farmi da guida l'indomani. Poi in un bar ho conosciuto un marinaio
olandese alquanto fuori di testa, abbiamo parlato nostalgicamente di
quanto sia bello farsi i cannoni in libertà lungo i canali. Lui era
piccolo e moro come un arabo, e stava in compagnia di un suo collega
siciliano biondo con gli occhi azzurri...
Aleppo 5. 12. 99
Ho visitato il castello di Qlat Saladin, dedicato al "Feroce saladino" di
cui si fa necessario a questo punto un breve cenno:
BREVE CENNO:
Quello che noi conosciamo col nomignolo di "Feroce saladino" in realtà qui
è visto come un eroe nazionale, e a ragione, visto che a lui che si deve
l'unione delle terre musulmane dopo il 1186. La prima crociata cristiana
dopo la conquista di Gerusalemme ed altre città chiave aveva creato dei
luoghi blindati dalla minaccia dei Mori. Tra queste troviamo Crak de
Chevalier, Qlat Marquab, Qlat Saladin e Kerak; questi, con pochissimi
uomini potevano rimanere imprendibili grazie "solo" alle loro
fortificazioni. Questa situazione non andava bene agli Zengidi che
ripresero Aleppo agli infedeli ed impiantarono qui un "centro
anti-crociati"; la risposta da Roma non si fece attendere, ma la seconda
crociata su Damasco finì in un fallimento.
A questo punto ecco apparire Salah ud-Din, capitano delle forze Zengide,
spedite in Egitto per restaurare l'autorità e le regole Sunnite ortodosse;
al suo ritorno, spinto da questo combattivo spirito islamico decise di
unire tutte le terre musulmane dal Cairo A Baghdad sotto il nome della
dinastia Ayyubid (in onore del nome del di lui padre). Nel 1187 riprese
Gerusalemme, e poi Acre, Sidon, Beirut e Byblos; nell'anno successivo
aveva conquistato almeno cinquanta postazioni crociate lasciando isolate
quelle più imprendibili, eccetto il castello che gli deve il nome.
Le rovine del castello non le ho trovate troppo rovinate, con i soliti
lavori in corso che lasciano sperare in tempi migliori ma lo stato
generale era buono.
La cosa più bella era la l'ubicazione: dominava infatti una foresta di
pini da sopra una montagna impervia. Per raggiungerlo dal paesino distante
6 km in cui mi ha scaricato il pulmino, mi attendeva una squadra di taxi
motociclisti, il primo del turno era il più terribile. Mentre gli parlavo
mi veniva da ridere perché era la copia esatta di Thomas Milian quando
impersonava il "Commissario Giraldi". Oltre all'inequivocabile somiglianza
fisica, anche lui vestiva jeans attillati, giacca di pelle nera, cappellone
di lana multicolore ed occhiali Ray - Ban; ovviamente anche la motocicletta
non era da meno: cavalcava un enduro smarmittato e male in arnese. Dopo una
rapida e decisa contrattazione sul prezzo, siamo partiti scoppiettando per
i tornanti sui quali lui sfrizionava giulivo. Raggiungevamo velocità da
brivido nei rari rettilinei marciando sul limite dei precipizi, per poi
rallentare con rombanti scalate di marcia (i freni non dovevano essere un
granché) prima delle curve che impostava con sapienti e calibrate pieghe.
A me era passata la voglia di andare al castello, volevo fare un
inseguimento ad una vecchia "Giulietta" carica di malviventi che ci
sparavano addosso, però non ce n'era traccia, e per quello lui si era
ridotto a dover fare il taxista. Comunque siamo arrivati vivi ed io, dopo
aver salito scoscese scale ed attraversato le molte difese del maniero, ho
vagato e fotografato tutto il fotografabile. Stavo anche per fare la stessa
fine della fotocamera un paio di settimane fa quando, salito su una delle
torri di avvistamento (da lì si poteva vedere qualsiasi cosa a 360° per
decine di chilometri), il solito vento beffardo ha cercato con tutte le
sue forze di sbattermi di sotto da uno dei bastioni, con sicuro effetto
spettacolare. Sarei stato curioso di sapere come avrebbe reagito la Nikon
di fronte a quella situazione: certamente si aspettava che prima o poi
sarebbe dovuto accadere... Anche se siamo tornati giù entrambi integri
attraverso le scale, ci attendeva il ritorno in paese con Thomas Milian;
l'abbiamo sentito arrivare quando era ancora lontano di parecchi
chilometri.
Arrivato a Lattakia, prima di prendere l'autobus per Aleppo, mi sono
fermato a bere un caffè sui tavoli di un bar del centro, volevo gustarmi
l'ultimo sole pomeridiano immerso nell'atmosfera mediterranea che avevo
intorno; arabi veterani leggevano il giornale o giocavano a backgammon con
poco impegno, ragazzi delle scuole medie tornavano a casa nelle loro divise
verdi, ed una cicciona vendeva le caramelle in mezzo alla piazza fumando il
narghillè. Sono riuscito a farmi scorrere tutto addosso da spettatore,
cercando di non pensare a nulla e scaldandomi la faccia al sole tiepido.
Più tardi, quando sono andato a recuperare lo zaino in albergo, il
proprietario mi ha fatto nuovamente un mucchio di domande sul mio lavoro
di cui non gli ho fatto misteri, ma credo che abbia avuto richiesta di
informazioni sul mio conto da qualche oscuro ministero antispionaggio, i
cui impiegati che oramai si sentono sorpassati da sistemi satellitari e
diavolerie elettroniche, cercano di giustificare lo stipendio che prendono
accanendosi su prede facili come me, che ho fatto la cazzata di scrivere
qual è il mio vero lavoro sul questionario apposito. Paradossalmente se
una vera spia volesse fare il suo lavoro potrebbe tranquillamente entrare
in Siria con un tour organizzato e poi far perdere le proprie tracce (cosa
che credo avvenga tutti i giorni), ma per i militari, chi fa l'agente
segreto lo dice apertamente, e si porta appresso 10 chili di attrezzatura
fotografica, sessanta pellicole ed un cavalletto messo in bella mostra
sullo zaino. Questo mi fa sentire abbastanza perseguitato, e anche
nell'albergo ad Aleppo il proprietario si comportava in modo strano; sulle
prime cordialissimo si è fatto dare il passaporto, poi dopo un paio d'ore
si è presentato in camera visibilmente agitato chiedendomi di riempire di
nuovo il formulario con i miei dati; quando ho scritto il solito
"F.pubblicitario" ha fatto mille domande a cui ho dato altrettante
risposte, anche se non ne ha capita nessuna. Credo che anche lui sia stato
impaurito da qualche segnalazione del KGB siriano, che penso stia seguendo
i miei movimenti (qui anche per prendere l'autobus vogliono vedere il
passaporto e documentano tutto). Non vorrei diventare paranoico ma mi
sento pedinato. Da una parte la cosa mi diverte pure, non mi ero mai
sentito così James Bond; purtroppo però non frequento grandi alberghi ma
bettole pulciose, e delle bionde non v'è traccia.
Aleppo, 6. 12. 99
Sono stato in giro per i "suq" della città, molto diversi da quelli di
Damasco, soprattutto perché i tetti sono in muratura e a volta; quelli di
Damasco erano in lamiera ondulata, sforacchiati da numerosi colpi d'arma
da fuoco sparati dagli Arabi per festeggiare il ritiro delle truppe
tedesche ed ottomane nel 1917, e poi quelli sparati dagli aerei francesi
per calmare i rivoltosi Drusi nel '25. Anche la merce esposta qui è molto
meno commerciale, si trova dell'ottimo artigianato ed è un piacere vedere
i vecchi Siriani impegnati nelle trattative sulle bancarelle. Mi ha
attirato tra i tessuti di una di queste un ragazzo molto gentile, dopo
aver parlato del più e del meno e dopo diversi caffè, l'astuto mercante ha
cacciato fuori i suoi monili, e non ho potuto fare a meno di comprare
diverse collane ed anelli, le cui trattative sono state assai lunghe
perché lui, vista la confidenza che si era creata, era partito da troppo
lontano. Ho passato così un'intera mattinata, costretto nel piccolo spazio
della bottega e sommerso da montagne di stoffe multicolore. Per accordarci
ho dovuto usare tutte le mie armi dialettiche e le tattiche psicologiche
più raffinate; alla fine, esausti, ci siamo stretti la mano di fronte al
pacchettino come due veri gentlemen, e mi ha anche invitato a pranzo a
casa sua. All'uscita del suq mi attendeva una pioggerella fastidiosa che
rendeva la città più caotica del solito. Le auto noncuranti continuavano a
sfrecciare tra i pedoni sull'asfalto viscido, e qui si rende utile una
PICCOLA PARENTESI SUL VIVERE DA PEDONI NEI PAESI ARABI
Sulle nostre strade chi va a piedi è quasi sempre degno di un certo
rispetto e timore da parte degli automobilisti, perfino i più "coatti"
usano dare la precedenza al pedone anche quando questo attraversa la
strada dove non dovrebbe. Qui è l'opposto, le auto non fanno il minimo
cambiamento di rotta per evitare il disastro, anche una leggera frenata
sembra essere una cosa alla quale non si ha alcun diritto. Attraversare
gli ampi viali su cui procedono a velocità folle antichi catorci a quattro
ruote diventa dunque un'impresa di calcolo di traiettorie che richiede
grandi doti matematiche e spesso grande fortuna, ma anche quando le auto
sono incolonnate nel traffico e ci si procede in mezzo zigzagando, se una
di queste avanza lentamente, anche quella dietro pretende di farlo,
noncurante se c'è qualcuno in mezzo. Particolare attenzione meritano i
taxi e i "service", pulmini collettivi che caricano e scaricano passeggeri
ovunque mediante repentini accostamenti al marciapiede. Questi mezzi
tentano di stipare nell'abitacolo chiunque vada a piedi, prima con decisi
colpi di clacson, poi se il pedone non reagisce lo puntano sempre di più
finché egli è costretto a salire a bordo o a scappare sul marciapiede, per
evitare di essere spiaccicato. Giorni prima durante una passeggiata ho
fatto l'errore di chiedere un'indicazione ad un guidatore di questi
"service" in sosta, lui mi ci voleva portare , ma io avevo voglia di
camminare perché ero stato mezza giornata in autobus, ha detto che mi
avrebbe accompagnato gratis. Non poteva intendere il concetto di
passeggiata. Gli ho detto che non era questione di soldi, anche perché i
taxi costano poco più di niente, ma che volevo comunque andare a piedi. La
sua generosità araba non gli ha permesso di lasciarmi andare via, con
l'aiuto del figlio mi hanno sequestrato di forza e mi hanno infilato nel
Wolkswagen, lasciandomi poi a destinazione. Un'altra cosa a cui non mi
riesco ad abituare è l'uso - o meglio - l'abuso del clacson; suonano tutti
e per i motivi più insignificanti, e quando anche questi vengono a mancare,
si suona comunque, solo per affermare la propria esistenza sulle strade. Si
va dalla nota singola, rapida, decisa e ripetuta ad intervalli brevi, fino
alle affondate lunghe e continue di trenta e più secondi quando c'è un
intoppo; per non parlare poi dei camionisti, che al posto del clacson
hanno la filarmonica di Vienna al completo, di loro tutto si può dire ma
non che siano persone insensibili all'arte e alla musica.
Deir-ez-Zor, 7. 12. 99
Ho pellegrinato a San Simeon, dove sono i resti del tempio dedicato
all'omonimo santo che visse intorno al '400. Visse per modo di dire,
perché presto abbandonò il monastero in cui abitava per andare in cima
alla collina, ricercando privazioni più radicali e lontano dalle già poche
persone che vedeva in convento. Lassù salì in cima ad una colonna dalla
quale non scese mai più, per quarantadue anni provo' giovamento
dall'esposizione alle intemperie, e visto che era ancora poco, passava
buona parte del suo tempo con le braccia sollevate in preghiera. Per
evitare che la sua mente incontaminata fosse corrotta dal demonio sotto
forma femminile, non volle che tra i pellegrini che lo venivano a vedere
da tutta Europa ci fossero donne, compresa la madre. Immagino l'entità di
queste sue turbe a venti metri dal suolo, se alla presenza di chi l'aveva
messo al mondo non provava altro che pulsioni incestuose... Tuttavia, la
sua follia doveva essere tanto grande e lodevole che lo fecero santo: San
Simeone lo stilita, giustappunto. Il santuario venne costruito intorno
alla colonna dove campò appollaiato, che oggi si riassume ad un ciottolone
su di un piedistallo, visto che i suoi devoti, nel corso dei secoli,
usavano portarsi a casa un pezzo di pietra come souvenir.
Tra le rovine del convento, insieme a me, si aggirava un gruppo di
Italiani di cui ho ascoltato un po' i discorsi. Ho pensato che tra queste
gite organizzate deve girare un manuale (che io non ho ancora comprato) di
frasi fatte, argomenti di conversazione e lamentele da poter riciclare in
ogni situazione. Ho sentito le stesse cose in ogni luogo della terra da me
visitato... Uscendo ho conosciuto un altro taxi motociclista, Ahmad, che
per due dollari mi ha accompagnato con il suo trabiccolo a vedere alcune
tombe millenarie sparse nella zona, poi mi ha invitato a pranzo nella sua
casa in campagna, tra i polli e un cavallino timido. Ci hanno accolto i
suoi tre piccoli figli nella stanza disadorna, poi è apparsa la moglie, ma
senza manifestarsi troppo, e mi ha salutato da lontano. Ci ha servito un
pasto frugale ed è tornata all'ombra dei fornelli. Moglie e figli non
hanno mangiato con noi, l'avrebbero fatto quando noi uomini avremmo
finito, se fosse rimasto qualcosa.
I bambini erano impegnati a scalare il papà che ogni tanto se li sgrullava
di dosso, i loro unici giocattoli erano una palla, una pentola sfondata ed
un pezzo di "Mazinga", ma sembravano avere negli occhi quella luce che i
bambini occidentali gonfi di cose spesso perdono. Alla fine del pranzo ho
guardato Ahmad seduto in terra nella stanza piena solo delle sue creature,
assomigliava a Lando Buzzanca, gliel'ho detto e ne abbiamo riso anche se
non sapeva chi fosse. Ahmad, un buon diavolo, aveva la mia età ma
dimostrava molti anni di più. Gli ho dato il doppio di quello che mi aveva
chiesto e siamo ripartiti sulla motoretta facendo scappare pargoli e polli.
Alla fermata dell'autobus ho incontrato due dei Tedeschi che avevo
conosciuto a Qlat Saladin, mi hanno consigliato di visitare un "hamam"
(bagno turco) di Aleppo, e così ho fatto: non potevo tornare a casa senza
averlo provato. E' uno dei più antichi, e risale al VII secolo, ora
completamente restaurato offre ancora un'accoglienza di altri tempi. La
hall è qualcosa di immenso, come il lampadario che la illumina. Lungo le
pareti su dei massicci piedistalli in marmo c'è una fila di divani per il
dopo sauna. Attraverso diversi corridoi mi hanno guidato in uno stanzone
ottagonale su cui davano le varie saune e bagni turchi in cui mi sono
accomodato. La visibilità era nulla per la densità del vapore che in pochi
minuti mi ha ridotto in un uomo distrutto, senza la minima forza di reagire
a nulla. Per fortuna non c'era niente a cui dover reagire, ed è proprio
questa la finalità del sottoporsi al trattamento; contrariamente a tutte
le regole occidentali per cui bisogna sempre essere attivi e con il
cervello in moto come un'auto ferma al semaforo, questa è una di quelle
esperienze in cui si può e si deve essere completamente passivi. Dopo non
so quanto tempo, il fischio del vapore che era il mio unico pensiero è
stato interrotto dal secco battito delle mani del massaggiatore;
attraverso i soliti corridoi mi ha guidato in un'altra grande stanza,
anche questa illuminata da una miriade di fori sul soffitto a volta, da
cui la luce entrava materializzandosi sul vapore in una moltitudine di
raggi. Lì mi ha fatto sdraiare sul pavimento di pietra, e dopo avermi
tirato un paio di secchiate d'acqua mi ha massaggiato con un guanto
talmente ruvido che insieme all'energia da lottatore di sumo che usava mi
pareva di essere finito tra gli ingranaggi di una ruspa, ma per poter
apprezzare l'esperienza bisogna abbandonarsi liberando i propri legamenti
senza opporre alcuna resistenza. Alla fine, come uno straccio uscito dalla
lavatrice, mi ha infilato in sauna per circa mezz'ora, allo scadere della
quale il massaggiatore si è ripresentato carico di asciugamani con cui mi
ha ricoperto per poi stendermi nella hall, davanti ad un tè fumante. Non
so quanto tempo ci ho messo per farmi riprendere dalla voglia di tornare a
vivere e di pensare; sarei potuto restare lì in eterno guardando le figure
indistinte della gente che passeggiava intorno alla fontana, il fumo che
mi ondeggiava davanti e ascoltando l'eco delle voci. Ho lasciato Aleppo, e
la sera sul tardi sono arrivato a Deir-ez-Zor, se non fosse l'unico posto
in cui si può dormire in questa zona, sarebbe da tirare dritto il più
lontano possibile. E' una città che si è sviluppata grazie al fatto che si
trova in un incrocio di autostrade: quella che porta a Damasco e quella che
da Aleppo va in Iraq, nonché ai giacimenti petroliferi recentemente
scoperti. La guida elencava diversi alberghi, che però erano solo di lusso
oppure "very dirty, grotty and noisy", l'unico che stava nel mezzo di
questi due estremi era il "Khabir", dove un tassista mi ha scaricato.
L'ingresso non mi ha fatto presagire nulla di buono, comunque sono andato
a vedere oltre, sperando che fosse non troppo indecente; purtroppo le mie
aspettative sono state deluse, a cominciare dal proprietario che mi ha
assalito lasciando la cena che stava consumando con il figlio sotto una
luce bassa, in un'atmosfera da "Mangiatori di patate" di un quadro di Van
Gogh. Ancora col boccone in bocca mi ha mostrato un pagliericcio su cui
non avrei fatto dormire neanche il mio cane, infatti in quell'albergo
pareva non esserci neanche un cane. Mi ha detto che non costava molto,
mentre io pensavo che gli avrei dato quella cifra più volentieri per
dormire per strada, ma gli ho risposto che ci avrei pensato su. Girando
intorno al palazzo ho visto un'altra insegna di hotel, con il nome scritto
in arabo, sono salito per dare un'occhiata e mi sono ritrovato ancora
davanti ai mangiatori di patate che quando mi hanno rivisto si sono alzati
all'unisono correndomi incontro, io ho fatto un immediato dietro-front e ho
cominciato a scappare giù per la stretta scala su cui mi incastravo con gli
zaini, loro mi hanno rincorso fin sulla strada chiamandomi e sputacchiando
cibo. Dopo altri tentativi simili stavo pensando di scappare da questa
città schifosa, oppure di dare un deciso taglio alle mie finanze
concedendomi un notte in uno degli alberghi "over 150 $" destinati ai
petrolieri arabi; poi forse la mia delicatezza è stata messa da parte e mi
sono fermato in uno degli hotel che sembravano farmi meno schifo ed in cui,
ad un esame superficiale, il letto sembrava pulito.
Deir-ez-Zor, 8. 12. 99
Con un viaggio di cento chilometri in pulmino sono arrivato ad un punto
indefinito nel deserto, ad un tiro di schioppo dalla frontiera con l'Iraq;
da lì ho continuato a piedi verso una lontana e indecifrabile costruzione
che si alzava di qualche millimetro dall'orizzonte piatto e vuoto.
Lentamente, ha preso forma una lunga cinta muraria, una volta proteggeva
la città di Dura Europos, fondata nel 300 a.c. per proteggere i traffici
lungo il fiume Eufrate, e facente parte di una catena di città atte a
questo scopo. La sua origine greca si nota dallo schema costruttivo a
griglia. La sua esistenza fu presto minacciata dall'avanzare dei Persiani
che l'assorbirono circa 100 anni a.c., ben presto però, la creazione
dell'impero romano d'Oriente portò, l'imperatore Traiano a tentare di
occuparla. Lui perì in ritirata, ma ci riuscì il suo successore nel 164
d.c., Lucio Verso, che stabilì qui una sua legione. I Romani, come era
loro grande diletto, costruirono qui templi, palazzi e bagni pubblici per
lo stile di vita assai godereccio che gli era peculiare; finché un
imperatore Sassanide, nel 256 d.c. gli ruppe le uova nel paniere e la mise
al sacco. Di qui la decadenza finché, nel 1920, una spedizione militare
inglese vi trovò rifugio scoprendo uno dei suoi meravigliosi affreschi,
ora trasferiti nei musei qua e là per il mondo. A Dura Europos si
trovavano a convivere gruppi etnici e culturali variegati: dai Greci che
mantennero a lungo la classe dirigente, agli Armeni, Iraniani, Indiani,
Babilonesi, Mesopotami, Arabi, Anatoli, ed Ebrei. Questi ultimi
svilupparono qui una forma artistica unica, rappresentando figure umane
sugli affreschi e contravvenendo alle regole del Talmud. Quello che rimane
da vedere oggi non è moltissimo, ma certamente di grande impatto. I
muraglioni e le torri che proteggevano la città danno ancora immagine di
forte presenza, i resti delle innumerevoli costruzioni rendono l'idea
delle dimensioni della città e della vita che vi si svolgeva. Un lungo
momento l'ho dedicato a guardare l'Eufrate che scorreva maestoso sotto le
massicce protezioni murarie. Da lì si gode della vista del fiume e di
tutte le pianure che rende fertili; i campi verdi che si stagliano dal
deserto soprastante mi spiegano il significato della parola "Mesopotamia"
meglio di ogni libro. Pieno di questo insegnamento ho vagato per qualche
ora nella città fantasma per poi tornare sull'autostrada e tentare di
stoppare un pulmino che mi riportasse nella città schifosa in cui mi
trovavo costretto a dover passare un'altra notte. L'indomani sarei partito
per rivedere i Beduini nel deserto. Inshallah.
Palmyra 9. 12. 99
Il pullman mi ha scaricato nella distesa di sabbia e l'autista mi ha detto
di raggiungere un puntino che si vedeva in lontananza; mi sono incamminato
stracarico dei miei bagagli nonché di una buona dose di biscotti, succhi
di frutta e acqua, visto che oggi inizia il Ramadam, e i musulmani dalla
mattina alla sera non mangiano né bevono. Siccome sarei stato ospite di
qualcuno non potevo stare ad attendere i loro tempi islamici, e tanto meno
potevo sperare di trovare un chiosco del falafel nel deserto. Dopo una
mezz'ora di marcia il puntino cominciava a prendere la forma di camion e
la mia schiena quella di un chewing gum masticato. Quando ho raggiunto la
meta ho trovato un gruppo di ragazzi, due bambini ed una ragazza dal viso
coperto, tutti intenti a sfamare un gregge di pecore. Nessuno parlava una
sola parola di inglese, ma sono riuscito a fargli capire sulla mappa che
volevo andare a Quasr al Heir-al Shakri, dove sono le rovine di un
castello ed una comunità di beduini che ci vive intorno. Abbiamo
comunicato un po' grazie ai segnali stradali illustrati sul manuale di
scuola guida di uno di loro, e siamo riusciti a farci addirittura un sacco
di risate. Ancora non riuscivo a capire se mi avrebbero accompagnato, così
mi sono messo a scaricare con loro i sacchi di mangime dal camion. Ho
passato un'ora in questa incertezza, finché uno di loro mi ha invitato
nella cabina del camion, per accompagnarmi in un villaggio che era a metà
strada dal luogo dove ero diretto; mi ha lasciato piuttosto lontano da un
camioncino, l'unico presente nel paesello, dicendomi che potevo andare con
quello. Mi sono stupito quando non ha voluto accettare denaro da me, ma mi
ha detto che probabilmente avrei dovuto pagare il suo amico. Lui è
ripartito subito, e io ho proseguito fino ad arrivare dall'altro beduino,
che pascolava anche lui la sua pecora. Questo mi ha fatto subito capire
che oramai ero nel deserto, quello vero, senza strade né alcuna auto di
turisti che passava. Quindi mi ha dato la mazzata: voleva l'equivalente
del prezzo d'affitto di un fuoristrada con autista alla Hertz, e quando
tentavo una trattativa lui fingeva di non capire e tornava dalla sua
pecora. A quel punto mi sono reso conto che ero stato venduto dal primo
beduino al secondo, e che mi ritrovavo a scontare buona parte delle colpe
del mondo occidentale. Forse rappresentavo ai suoi occhi la corruzione, la
miscredenza o l'opulenza della nostra società, o forse ero solo un
qualsiasi pollo da spennare. Dopo parecchio tempo ci siamo accordati per
una cifra più ragionevole, e poco dopo eravamo al fortino; mi aspettavo
l'ospitalità beduina di cui avevo letto sui libri di Burckardt, invece mi
hanno sbattuto tutti la porta in faccia dicendo che lì non si poteva
dormire. Ho deciso allora di mandare al diavolo il servizio fotografico
che avevo deciso di fare su questa gente, ma di fare almeno le fotografie
alle rovine e di andarmene; così io e l'autista siamo andati a prendere la
chiave dal custode, un vecchio ciccione schiumoso che rideva a crepapelle
della situazione in cui mi trovavo. Ha voluto che pagassi un biglietto per
entrare tra le mura del castello che contenevano solo un cantiere pieno di
sassi, sacchi di cemento e tavolame.
Sono uscito subito per andarmene incazzato come una belva. L'avido autista
ha anche avuto la delicatezza di approfittare di quel momento per
estorcermi più di quanto gli avevo dato all'andata. Invece di tentare una
trattativa ho pensato se invece non era il caso di tirare fuori il mio
fido coltellino svizzero con cui uso risolvere le situazioni più
difficili, e poi avrei espropriato il mezzo meccanico per fuggire libero
nella piana. Ancora una volta ho ingoiato il boccone per farmi lasciare
sull'autostrada completamente impolverato e senza più una lira siriana in
tasca. Né le auto né i pullman si fermavano al mio autostoppare, intanto
un grande sole rosso tramontava all'orizzonte, ed io invece di apprezzare
quel momento di vita così "on the road", altalenavo tra l'incazzato e il
seriamente preoccupato per la notte gelida ed infame che avrei presto
dovuto passare. Per puro caso un vecchio camion si era fermato non lontano
da me ed aveva aperto il cofano del motore fumante, sembrava che mi volesse
mangiare ma gli sono corso incontro lo stesso; il giovane autista stava
riempiendo di acqua il radiatore in ebollizione, e la mia espressione
supplichevole non ha potuto fargli rifiutare la richiesta di un passaggio.
L'abitacolo era un vero forno, dai bocchettoni del riscaldamento usciva in
maniera inarrestabile un flusso di aria bollente, e dovevamo viaggiare con
i finestrini spalancati, così avevamo un lato della testa gelato e l'altro
cotto. Il sole era appena calato, e abbiamo festeggiato la fine di quel
primo giorno di Ramadam con succhi di frutta e biscottini, fino a giungere
a Palmyra dove l'ho salutato. I beduini non sono poi male, l'importante è
non mettersi mai in situazioni da dover essere completamente nelle loro
mani (e in effetti anche questo l'avevo già letto). Sono loro i padroni
del deserto e decidono chi e come lo può attraversare. La sera mi sentivo
fortunato ad essere di fronte a un kebab fumante, immaginavo la terribile
notte all'addiaccio che avrei potuto passare, e ripensavo a quanto è stato
faticoso mantenere la calma riuscendo a parlare con il sorriso ad uno
zotico che ti tiene in pugno, al panico che sale quando realizzi che
intorno hai solo un mare di sabbia, non come quello aWadi Rum, luogo bello
ma turistico, pieno di gente e di opportunità. Lì è il deserto vero, quello
in cui se il beduino fa i capricci sei solo, quello in cui i profeti hanno
le visioni notturne.
Palmyra 10. 12. 99
Oggi mi sono svegliato contento di essere vivo e nella civiltà; ho
assaporato le melodie di clacson e moto smarmittate che facevano tremare i
vetri delle finestre al loro passaggio. Al momento di uscire dall'albergo
mi sono reso conto che il tempo faceva alquanto schifo; Palmyra è
sicuramente il luogo più importante e più bello di tutta la Siria, e
fotografarlo sotto la luce di un cielo plumbeo avrebbe certamente tolto
parecchio del fascino di quelle rovine. Così mi sono arenato nel bar
dell'hotel, pensando che ci avrei dovuto passare tutta la giornata, e
rimandare il mio lavoro all'indomani. Fortunatamente dopo un oretta
qualche sporadica chiazza azzurra faceva capolino dal tappeto grigio
uniforme del cielo, così sono partito alla volta del sito archeologico. Le
rovine romane che mi attendevano sono state, insieme a quelle di Baalbek,
le più impressionanti del viaggio: ben conservate e restaurate, lasciavano
immaginare gli antichi fasti delle civiltà che l'abitarono. L'oasi è stata
il richiamo per la gente del deserto fin dal Paleolitico, poi seguì la
successione di popoli conquistatori già trovata in altri luoghi di questa
zona: passarono gli Assiri, i Persiani, i Greci, se la litigarono Romani e
Persiani in un ciclo di invasioni e contro invasioni, ma Palmyra seppe
sopravvivere grazie al suo ruolo di mediazione, e grazie specialmente ai
commerci tra le due parti in guerra che da lì dovevano passare, visto che
le rotte più a nord lungo l'Eufrate cadevano in disuso. Divenne presto la
più importante tappa per le carovane, strappando il titolo a Petra; lo
stato di "città libera" (ovvero senza tasse) che le regalò l'imperatore
Adriano le fece vivere il suo più grande momento di sviluppo e
magnificenza.
La riscoperta della "Sposa del deserto" avvenne alla fine del 1600, quando
un lord Inglese, attratto dalle leggende delle sue favolose rovine
organizzò una spedizione. Tornarono a casa derubati anche dei vestiti, ma
alcuni anni dopo ci riprovò il Dott. Halifax che si era premunito di una
lettera di presentazione dello Sceicco e di una scorta. I loro resoconti
aprirono la strada ad altre spedizioni che si susseguirono negli anni
portando alla luce sempre nuove scoperte. Le influenze artistiche furono
molteplici, e creano uno stile tutto proprio della città, ma quello che
affascina è anche pensare a quello che non è ancora stato scavato. Dietro
le rovine, in cima ad una montagna irta e sassosa, vigila un castello
ottomano dall'aspetto inconquistabile; nel pomeriggio l'ho raggiunto con
una faticosa scalata, e davanti all' ingresso tre bambini poveri hanno
tentato di smerciarmi delle cartoline. Tra tutte le cose che mi potevano
vendere quella era la più difficile, gli ho dato lo stesso un generoso
mucchio di spiccioli ed una scatola di biscotti sulla quale pensavo si
sarebbero lanciati, invece il più grande di loro l'ha presa e l'ha messa
da parte con il tacito consenso degli altri, che guardavano per terra
rassegnati. Gli ho assicurato che erano per loro e che li potevano
mangiare, ma uno di questi mi ha indicato il sole che si preparava a
regalarci un tramonto velato, e finché ciò non fosse accaduto, i biscotti
sarebbero rimasti lì a stimolare i loro succhi gastrici. "Ramadam !" ha
aggiunto, alzando il ditino e socchiudendo le palpebre come fanno i
grandi.
Gli ho chiesto se loro non fossero troppo giovani per questa pratica, il
più piccolo avrà avuto cinque anni, il quale mi ha ripetuto: "Ramadam !".
Sono sceso e sono ripartito verso Damasco, dove sono arrivato a notte
inoltrata, dopo aver fotografato un tramonto grigiastro con i filtri
colorati.
Damasco 11. 12. 99
Quella che pensavo una semplice pratica burocratica era invece una "via
crucis" di diverse stazioni: sono salito e sceso per interminabili scale,
fatto file, procurato fotografie, compilato moduli in quadruplice copia, e
li ho portati ad un generale per la firma. Tutto questo succedeva negli
affollati uffici dell'immigrazione. I militari al bancone, sempre
guardandomi con sospetto (non so se lo facevano per abitudine o per il "F.
pubblicitario"), mi hanno detto di ripassare domani. Dopo diverse suppliche
(e con mia gran sorpresa) sono riuscito a convincerli a rendermelo in
pomeriggio con un timbro che premiava le mie fatiche. Espletata la
formalità sono finalmente andato a vedere il museo nazionale, dimora di
buona parte dei reperti trovati nei luoghi visitati finora; erano le 14
quando ho pagato profumatamente il biglietto d'ingresso ed ho cominciato a
girare per le sale, allestite in modo da non valorizzare per nulla le
meraviglie che contenevano. Anzi, alcuni reperti erano abbandonati nelle
vetrine fatiscenti e piene di polvere, insieme ad insetti deceduti da
tempo sotto le lampadine fulminate. Ero abbastanza deluso di vedere
oggetti così importanti e rappresentativi per la storia dell'umanità tanto
disprezzati, quando un custode mi ha invitato all'uscita. Gli ho ricordato
che sul cartello all'ingresso c'era scritto che il museo chiudeva alle 16,
ed erano le 14,45 appena; lui mi ha risposto bruscamente che durante il
Ramadam si chiude un'ora prima, siccome oggi avevano tutti fame, si
anticipava ulteriormente. Io sono diventato furioso, mi sono accanito con
il custode che fuggiva per i corridoi echeggianti scacciando altri
turisti, poi sono andato a cercare il bigliettaio che non mi aveva
avvertito, ma lui prontamente si era dileguato, lasciando al suo posto una
collega che quando ha sentito il mio tono ha iniziato a non parlare più
l'inglese.
Damasco, 12. 12. 99
Sono stato a Maaloula, un paesino sulle montagne a nord di Damasco, è un
luogo famoso perché fino a pochissimo tempo fa ancora si parlava
l'aramaico, l'antichissima lingua parlata anche da Gesù. A Maaloula c'è
una comunità cristiana devota a S.Tecla, che fu una delle prime della zona
a convertirsi a questa religione; il padre, persona d'ampie vedute, non
accettò la cosa e la mandò a morte. Lei fuggì attraverso le gole della
montagna e trovò rifugio in una delle innumerevoli grotte, dove si ritirò
e morì per cause naturali. Dopo questo fatto i primi insediamenti
cristiani si stabilirono nella zona, popolando le caverne che li
proteggevano dalle persecuzioni. Oggi troviamo il monastero dedicato alla
santa, con il relativo romitorio; un'altro monastero sta in cima al monte,
cui si accede da una stretta gola.
Tornato nella casa di Raja dove continuavano ad ospitarmi, mi sono
schiantato sul letto distrutto dalla fatica e dallo stress accumulato in
quei giorni, cui si aggiungono le difficoltà per mangiare, bere o
semplicemente per fumarsi una sigaretta. Il Ramadam non è certo una
pratica lieta per gli epicurei.
Amman, 13. 12. 99
Sono partito per Bosra, vicino al confine Giordano, arrivato lì pioveva, e
il paese era tristissimo. Le fotografie non si potevano fare, così sono
subito andato ad Amman; ho preso un taxi, piccolo, vecchio e bruttino;
insieme a me c'era un arabo che continuava a parlarmi nella sua lingua,
pretendeva che lo capissi meglio alzando la voce, allora io dicevo di sì e
lui era contento. Ci siamo fermati sotto la casa dell'autista ciccione, che
ha iniziato a caricare stecche di sigarette ed altri beni di consumo con
cui riempiva ogni minimo interstizio della macchinina. Siamo arrivati alla
frontiera in uno stato che mi faceva pensare alla parodia di un
contrabbando, io però mi preoccupavo più della mia situazione di "spia" e
della busta piena di pellicole, potenziale vittima di un sequestro al
quale mi sarei opposto con scenate tragiche ed appellandomi a chissà quali
convenzioni internazionali. Abbiamo passato liscia la frontiera siriana,
poi ci hanno messo tutti in fila nella "terra di nessuno" prima del
confine giordano; le auto erano sottoposte ad un interminabile e minuzioso
controllo dei bagagli, poi arrivava un doganiere armato di lampada e
cacciavite per lo smontaggio delle macchine più sospette. Dagli sguardi
preoccupati e dal modo di parlare dei tassisti, per me tutte le auto
presenti erano sospette; al nostro turno hanno chiesto al ciccione che mi
accompagnava di vuotare il portabagagli, e così lui ha fatto, forse già
sapeva che non gli avrebbero chiesto di guardare nel cassettino
portaoggetti e sotto i sedili, dai quali si vedevano benissimo le stecche
di "bionde" che facevano capolino. Allora il poliziotto ha cominciato a
scrutare nel cofano del motore, sotto la batteria ed in luoghi che non
avrebbero potuto contenere nulla, poi ci ha lasciati andare. Dopo questa
perquisizione quantomeno curiosa, sono arrivato ad Amman, pervaso da uno
strano senso di libertà, ho sentito che non avevo nulla da nascondere e di
cui preoccuparmi. Finalmente rivedevo le autorità con l'indifferenza di un
turista standard.
Amman, 14. 12. 99
La giornata l'ho trascorsa senza nulla fare, ho bighellonato in giro per
Amman ed il suo suq, ho comperato un narghillè ed una giacca "Timberland"
che sembra vera; buona parte del tempo l'ho passato leggendo con altri
viaggiatori in albergo, l'unica "zona franca" dove si può bere e fumare
senza essere rimproverati. Il giorno dopo visita ai castelli nel deserto,
sperando che non piova. Inshallah.
Amman, 15. 12. 99
Sono partito alle nove insieme ad un Americano, un Francese tirchio e
Antonio, un ragazzo di Firenze. Guidava l'auto un vecchio signore rugoso e
bianco per antico pelo; io ho parlato in inglese per mezz'ora con il
Fiorentino prima di scoprire che era Italiano, ma avevo dato per scontato
che lui fosse Medio Orientale e lui era certo che io fossi Tedesco. Dopo
un'ora di deserto siamo arrivati al primo castello, ci ha accolto un
beduino annunciando che si entrava gratis, ma che quando saremmo usciti
gli avremmo dovuto dare un dollaro a testa. Io ho chiesto se c'era un
biglietto da pagare, lui ha sentenziato: " In the desert no ticket !". Il
Francese ha pontificato: "No ticket, no money !".
Un altro viaggio lungo le terre arse ci ha portato fino ad incontrare
altri piccoli fortini disseminati nella sabbia; erano di proprietà della
dinastia nomade Umayyad, e anche quando questa si stabilì a Damasco, il
loro contatto con il deserto fu mantenuto tramite queste postazioni. La
loro funzione non è certa, alcuni erano insediamenti agricoli, posti di
frontiera o rifugi per i commercianti, altri luoghi di villeggiatura e
bagni termali per gli Umayyad.
Lungo la strada, il tassista orgoglioso ci ha ricordato che qui gli
Irakeni 10 anni fa avevano abbattuto un aereo americano, nella stessa zona
cadevano i pezzi dei missili spediti da Saddam su Israele colpiti dai
"Patriot". La sera dopo cena, Antonio ed io ci raccontavamo davanti un
narghillè (unico contatto rimasto con qualcosa che ricorda il vizio e il
peccato) dei disagi che il Ramadam stia creando a noi cristianucci; già in
tardo pomeriggio la gente comincia ad apparire alquanto nervosa per il non
mangiare né bere, per il non poter fumare né trombare. Appena il sole cala
è la confusione totale: nessuno dà più confidenze, chiudono i negozi, il
traffico diventa parecchio irrequieto e non esistono quasi i trasporti
perché tutti imprecano, scappano a casa a nutrirsi, fumare, bere,
etc...
Noi non musulmani oltre a dover subire questo stato di cose ci troviamo
costretti a doverci sfamare di nascosto in albergo come dei ladri; lui mi
ha raccontato di essere stato duramente rimproverato per strada da un
anziano perché si stava sgranocchiando un biscottino; io invece più volte
mi sono inavvertitamente acceso una sigaretta o attaccato alla bottiglia
dell'acqua, suscitando le ire da parte di quelli che hanno deciso di
rinunciare a qualcosa. Li rispettavo, e sotto qualche aspetto li ammiravo
pure per questa loro sterile e dannosa ricerca delle privazioni, non
approvavo le imposizioni. Su di loro poi, il risultato non è dei migliori,
perché da persone amabili e tranquille che sono, si trasformano in
individui irritabili ed inquisitori, impegnati in una pratica che, se
imposta, mi sembra portarli lontano dall'armonia con il mondo che hanno
intorno, e dalle cose che rendono felici. Poi io e Antonio, con fare da
cospiratori, abbiamo progettato quello che sarebbe avvenuto al nostro
ritorno in Italia: banchetti a base di porchetta e Chianti a mezzogiorno,
che si sarebbero conclusi con grandi cannoni delle migliori qualità di
fumo ed orge digestive. Situazione in cui, almeno io, mi sarei trovato in
meno di 48 ore. Inshallah.
Amman, 16. 12. 99
In compagnia di due americani ho visitato le rovine di Jerash in una
splendida giornata di sole. Faceva parte della "Decapolis", dieci città
tra cui Damasco, Amman, Umm Quais ed altre, legate tra di loro da una
sorta d'alleanza, ma non è chiaro se fosse un accordo politico,
commerciale o puramente culturale. Originariamente faceva parte di una
catena di città fortificate per difendere il territorio dalle tribù nomadi
dell'est, ma il suo vero periodo di fioritura si deve ancora una volta ai
Romani, che dettero pace e stabilità alla regione, la "Pax Romana"; in
quel tempo la città era sulla rotta tra Damasco e il Mar Rosso e tra Pella
e il Mediterraneo, l'agricoltura prosperava, e teatri, bagni pubblici e
templi crescevano come funghi. Questi furono convertiti in chiese durante
l'epoca Bizantina e saccheggiati poi dai Sassanidi nel 614. Fu abitata
fino al 13° sec., e il mondo occidentale la conobbe nel 1806 grazie ad un
tale Ulrich Seetzen, viaggiatore Tedesco.
Tra i viali ed i resti romani pensavo a come se la godevano qui ai bei
tempi, quando i Cristiani che professavano i benefici delle sofferenze li
facevano giustamente sbranare dai leoni al Colosseo, e Maometto non era
ancora andato nel deserto in cerca di quelle esperienze visionarie che
avrebbero cambiato il mondo.
Amman, 17. 12. 99
Ero finalmente in volo verso Roma, beato di tornare. Ripensavo che la
mattina alla stazione dei taxi quando ho chiesto ad un ragazzo dove
potessi bere un tè lui mi ha risposto: "No tchai, Ramadam !" alzando il
dito e socchiudendo gli occhi. Io indicando il cielo ancora buio gli ho
ricordato che non era ancora ora, ma lui guardandomi severo ha ribattuto:
"Ramadam !". Me ne sono andato imprecando: "Cazzi vostri! Io tra quattro
ore sto in Italia !!!".
Sull'aereo, guardando le autostrade che si perdevano nel deserto mi sono
messo le cuffiette ed ho sintonizzato sul canale che trasmetteva la musica
occidentale più "coatta" e commerciale, quella che finora ho sempre
disprezzato. Ho alzato il volume al massimo e mi sono accorto che mi
piaceva spararmi nella testa quella spazzatura. Già pregusto paradisi
artificiali in un "rave" a cui non sono ancora mai stato, voglio
rimorchiare una shampista ed avere con lei una notte di sesso satanico
senza sapere neanche il suo nome, voglio andare con i miei amici a fumare
sulle rovine millenarie della mia città, voglio attraversarla in motorino
contromano sfuggendo ai vigili urbani, voglio fare le ore piccole
chiacchierando con le turiste tedesche a Trastevere, mi voglio fare un
metro quadrato di pizza con la mortadella dal fornaio sotto casa, e voglio
vivere la mia città come non mi sono mai accorto d'averla vissuta.
[Fine]
Data: 17/05/2005
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